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Appena sotto la superficie

"Il Dolore di Lasciare Andare" ciò che ci fa male

La familiarità genera sicurezza. Anche quando quella sicurezza ha il sapore della sofferenza.

Angela De Mitro

Esiste un dolore di cui si parla poco.

Non è il dolore provocato da una relazione tossica, da un ambiente nocivo, da un’abitudine autodistruttiva o da una convinzione limitante.

È il dolore che compare nel momento in cui decidiamo di lasciarli andare.

Ed è un dolore che sorprende.

Perché ci aspetteremmo di provare soltanto sollievo. Invece arriva un senso di vuoto, di nostalgia, talvolta persino di colpa. Come se una parte di noi stesse perdendo qualcosa di prezioso.

Nel Metodo HPM (Human Potential Modeling), questo fenomeno assume un significato profondo: il nostro sistema emotivo non distingue immediatamente tra ciò che è benefico e ciò che è semplicemente conosciuto.

La familiarità genera sicurezza. Anche quando quella sicurezza ha il sapore della sofferenza.

Per questo motivo possiamo rimanere legati per anni a persone che ci svalutano, lavori che ci consumano, ruoli che non ci appartengono più, convinzioni che limitano il nostro potenziale.

Non perché ci facciano stare bene.

Ma perché rappresentano un’identità che conosciamo.

Ogni identità, anche quella costruita sul dolore, offre una forma di stabilità.

Quando decidiamo di abbandonarla, non perdiamo soltanto una situazione esterna. Perdiamo una parte del modo in cui abbiamo imparato a definirci.

Ecco perché il cambiamento autentico è spesso accompagnato da un vero e proprio lutto psicologico.

Non stiamo semplicemente lasciando andare qualcosa.

Stiamo lasciando andare una versione di noi stessi.

La psicologia della libertà ci insegna che essere liberi non significa non provare dolore.

Significa riuscire a sostenere quel dolore senza tornare indietro.

Ogni volta che scegliamo la crescita invece della ripetizione, il cervello perde punti di riferimento consolidati. Le vecchie mappe emotive smettono di funzionare, mentre quelle nuove non sono ancora state costruite.

È uno spazio di transizione.

Un territorio in cui possiamo sentirci fragili, disorientati e persino tentati di recuperare ciò che avevamo deciso di lasciare.

Molte persone interpretano questa sofferenza come la prova di aver commesso un errore.

In realtà è spesso la prova opposta.

È il segnale che i vecchi legami stanno perdendo potere.

La libertà non nasce quando il dolore scompare.

Nasce quando comprendiamo che quel dolore non è il richiamo del passato, ma il prezzo naturale della trasformazione.

Ogni crescita richiede una separazione.

Ogni evoluzione implica la rinuncia a qualcosa che, fino a quel momento, aveva garantito una forma di equilibrio.

Anche se era un equilibrio tossico.

Il Deep Coaching invita allora a non chiedersi soltanto: “Che cosa sto lasciando?”

La domanda più importante diventa:

“Quale parte autentica di me sta finalmente trovando lo spazio per emergere?”

Perché il vuoto che segue un distacco non è uno spazio da riempire in fretta.

È uno spazio da abitare.

È lì che nasce una nuova identità.

Non costruita sulla paura di perdere.

Ma sulla libertà di scegliere.

Ed è proprio in quel momento che comprendiamo una verità spesso controintuitiva:

Il dolore del cambiamento non è il contrario della libertà.

Molto spesso ne rappresenta la soglia.

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